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martedì 26 aprile 2016

Invasioni Digitali all'Isolino Virginia (VA)

Ludovica ha otto anni e sta studiando le palafitte.
Mai si sarebbe immaginata che la sua pazza zia l'avrebbe portata in uno dei siti palafitticoli più antichi e importanti d'Europa.



A dire il vero la zia, che - pur archeologa-  anche lei non era mai stata all'Isolino, pensava ci fossero almeno du' mozziconi di pali nell'acqua. Un po' come ci sono a Fiavè, per dire. O almeno una ricostruzione di palafitta.
Non c'erano né gli uni né l'altra ma la gita ci è piaciuta lo stesso.
C'era una bravissima archeologa che ha spiegato moltissime cose interessanti. 


Di come sia stato popolato l'isolino, di cosa coltivassero e a cosa si dedicassero gli antichi abitanti. Degli importantissimi resti che sono stati ritrovati e dell'importanza del sito in Europa.



L'Isolino Virginia,  pochi metri dalla costa del Lago di Varese, è un sito abitato da circa 5000 anni senza soluzione di continuità, il che significa che lì c'è sempre stato qualcuno. Dagli uomini del Neolitico con le loro palafitte fino ai passaggi d proprietà dei tempi moderni fino all'inserimento nella lista del patrimonio Unesco.

Il luogo è affascinante, specie con la luce radente della sera. Niente di che, un fazzoletto di terra con una vegetazione rigogliosa, un ristorante e un piccolo museo archeologico.

Ma come al solito essere su un sito antico ha il suo perchè. 
Gli scavi hanno messo in luce molte strutture lignee ben conservate, grazie all'umido del terreno, e speriamo che le ricerche possano continuare e contribuire a delineare sempre più chiaramente la storia dei nostri antenati.

Al Museo è possibile acquistare per i bambini un dvd intitolato La felice famiglia De Neoliticis

Ludovica è andata a casa contenta e anche la zia!

Così anche per quest'anno abbiamo partecipato alla nostra Invasione Digitale (stavolta organizzata dai ragazzi di Digicritt), in un luogo strano quanto affascinante.


I-N-V-A-S-I-O-N-E  C-O-M-P-L-E-T-A-T-A ! ! ! ! !

Ed ora vi lascio con alcune foto dell'ambiente dell'Isolino. Ieri era una giornata bellissima e anche il tempo ha fatto la sua parte! Ma l'Isolino è uno di quei luoghi che - sono sicura - hanno un certo fascino anche con la nebbia o con le brume dell'inverno!






P.S. L'unica pecca, se mai passerete di lì, è che ieri c'era la barca piccola che trasportava le persone da Biandronno all'Isolino e poteva portare solo 16 persone. Quindi sia all'andata che al ritorno abbiamo dovuto aspettare un'oretta. All'ombra e al vento. Vabbeh, nessuno si è ammalato quindi tutto ok ! 

Allora, alla prossima Invasione!

giovedì 24 ottobre 2013

La grotta di Rouffignac - un salto indietro nel tempo (Dordogne-Perigord Noir)

Il trenino elettrico scende silenziosamente nelle viscere della terra. E’ tutto buio (Paolo ha un po’ di paura) e l’unica luce è la torcia della guida.

Fa freddo e il tutto fa abbastanza impressione.

Le pareti della grotta sono ripide ai nostri fianchi e subito penso all’uomo preistorico che si addentrava da solo fin dentro in questo cunicolo.

Lui sì che probabilmente aveva paura.

Noi facciamo finta, in realtà.

Ma anche noi non sappiamo dove stiamo andando, anche se fuori da qui c’è il nostro mondo fatto di certezze, di social, di tutto.

E i binari continuano a scendere del buio.


Finalmente il trenino rallenta e la luce illumina intorno.


Sulle pareti sono disegnate a tratto nero oppure incise decine e decine di sagome di mammuth. Uno dietro l’altro come in una lunghissima processione.

Non per niente la grotta viene anche chiamata "Dei Cento Mammuth".


E nella sala principale, in fondo, ancora più in fondo, le incisioni sono anche sul soffitto e non sono solo di mammuth: ci sono cervi, rinoceronti, bisonti e altri animali.
Ci lascia attoniti questa specie di santuario e il suo mistero, e il fatto di non sapere perché l’uomo di 150 secoli fa sia sceso fin qui a decorare le pareti (e anche come diavolo abbia fatto a trovare questo posto) ci risulta quasi incomprensibile.

E' tutto vero, mi sembra addirittura di sentire il rumore degli strumenti usati per incidere la roccia. 

E' tutto vero ed è vietatissimo fare foto (potete trovarne alcune qui http://www.grottederouffignac.fr/index.php/fr/ )

Paolo e Franz sono pietrificati dallo stupore. La fatica per arrivare fin qui, l'attesa alla biglietteria, ne valeva sicuramente la pena.

Non c'è altro posto simile a questo.

Siamo consapevoli di aver visto qualcosa di unico.




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Informazioni utili:

- Sito web ufficiale - www.grottederouffignac.fr (in francese e inglese)
- La grotta, nella valle della Vezère, si trova a 5km dal paese omonimo
- I biglietti si acquistano sul luogo all'ingresso della grotta: alla mattina per le entrate della mattina, o al pomeriggio per quelle del pomeriggio. Oppure un giorno per l'altro, se avete voglia di tornare il giorno dopo, o nel caso i biglietti fossero già esauriti.
 - Consiglio di arrivare molto presto alla mattina, o per il pomeriggio mettersi in coda almeno un'ora prima (noi abbiamo fatto così e abbiamo guadagnato l'entrata al secondo turno. I turni partono ogni 20 minuti)
 - Le visite sono commentate in francese, esiste la possibilità di un'audioguida ad un prezzo irrisorio (noi, per motivi insondabili, non l'abbiamo presa e ci siamo sorbiti quasi 2 ore di guida in francese)

martedì 16 luglio 2013

"Au boulot, au travail" - la nostra estate (1993) alla Caune de l'Arago




Ma come abbiamo fatto a finire all'Arago? Te lo sei mai chiesto? Chissà dove avevamo trovato (oggi diremmo il link) la notizia di quello scavo? 
Uno scavo gestito da più di 20 anni - allora - oggi 40 - dal Musée de l'Homme di Parigi. Scavo in grotta di età paleolitica, in una valle alle primissime falde dei Pirenei, a circa 30km da Perpignan, in un ameno paesino chiamato Tautavel (per gli amici Tautà). 
Come dire, in capo al mondo. 
Però alla Caune de l'Arago non si pagava per scavare. 
Anzi, offrivano anche il vitto e il posto in tenda (la tua tenda) al camping municipale. Impegno richiesto abbastanza gravoso: tutti i giorni mattina e pomeriggio, anche il sabato. 
Ma non si pagava per scavare. 
Ottimo per due giovani aspiranti archeologhe senza soldi che volevano girare il mondo e fare esperienza.

Io e Muriel, cinque settimane, agosto 1993. 
E almeno Muriel sapeva il francese. 
Io, zero al cubo. 
Giusto giusto le solite frasi le jeux sont faites, rien va plus, je suis Catherine Deneuve (ah ah come no...). E poche altre frasi a caso imparate sul glossario proprio appena prima di partire come ad esempio ou se trouve la pharmacie la plus proche  oppure y at il quelqu'un qui parle italien (hai visto mai che possa servire...).

Tautà. Una meta scelta abbastanza a caso, di cui - prima - non sapevamo nulla e che alla fine ci è rimasta nel cuore. 

E' stata una bellissima avventura. 

La tenda ce l'aveva prestata il cugino di Muriel e aveva solo mezzo soprattetto, così quando sulle falde dei Pirenei si scatenava il temporale dovevamo farci ospitare dalla povera Christine, che con il suo igloo resistente e ben piantato probabilmente un po' aveva pietà di noi.

Il campeggio era vicino ad un laghetto formato dal fiume Verdouble, il che rendeva il tutto abbastanza poetico.
Tranne le mattine che ti toccava il tamisage, e cioè mettere i tuoi piedini nel fiume dove c'era una piccola rapida e setacciare secchi e secchi di terra finché rimanevano solo conchiglie e ossicini. 

Ma bando alle ciance, non c'era tempo di giocare, dopo ti toccava il triage e dovevi dividere in scatoline diverse le maledette ossicini e conchiglie, che solo un preistorico inside può apprezzare. 
E noi che invece eravamo "nate" in Etruria impazzivamo davanti a quei minuscoli resti, noi che a Tarquinia le ossa e i sassi sono così tanti che li butti oltre la rete sulla testa del pastore che passa...

Alla fine dello scavo ci eravamo così abituati che quasi quasi ci dispiaceva buttare nel torrente tutta quella terra così preistorica, che ce ne siamo portate a casa un pochino!!!


 


Quanto era lontana la nostra etruscologia da Tautavel. 
Eppure ligissime abbiamo preso appunti (in francese, bien sur) pendendo dalle labbra del mitttttttico e intramontabile - voilà - Henry De Lumley che ci parlava di chopper e di selci, abbiamo lavato e siglato e misurato e disegnato sassi, abbiamo pulito con il pennello e il bisturi il nostro metro quadro di terra dentro nella grotta, abbiamo setacciato la terra con i piedi dentro il Verdouble nella frescura della mattina, abbiamo salito ma quante e quante volte il sentiero verso la grotta  - circa 100 m di dislivello. 


E quando arrivavi (vivo!) in cima, davanti all'entrata della Caune de l'Arago e ti volgevi indietro a guardare la valle, non potevi che restare attonito davanti alla bellezza dei luoghi, antichi e senza tempo, e questo ti gratificava di tutta la fatica. Che poi è quello che vedeva l'uomo preistorico, anche se al tempo suo faceva più freddo ed era tutto ghiacciato (mica per niente si rifugiava nella grotta!)



 (non è una gran foto, l'ho scannerizzata dalla stampante...)



(ed eccolo,  è proprio lui l'Homme de Tautavel)

La grotta di per se' è un posto mitico (chi aveva mai visto niente del genere?). 
Il suolo è diviso in quadrati grandi 1 metro quadrato ciascuno dove si lavora in due (evidentemente quando in quello di fianco non c'è nessuno, altrmenti non ci si muove). 


La grotta quell'anno era attraversata da un'echafaudage, cioè "impalcatura", parola che non ho mai dimenticato e alla quale sono molto affezionata. 

Noi che lavoravamo ai livelli bassi ci calavamo giù dall'impalcatura, altri che lavoravano nella parte più profonda della grotta la usavano come ponte.  

 

E poi c'era tutto il resto. 
Certo stavamo 6-7 ore al giorno nella grotta (a seconda se alla mattina salivi subito o eri addetto al setacciamento nel fiume), ma la pausa pranzo era di due ore e la sera dopo cena era libera e anche  - wow - la domenica, ben tutto il giorno!!!
Quindi c'era un sacco di tempo per stare insieme agli altri.
Gli altri. Ma quanta gente c'era? E da quanti posti diversi venivano? Saremo stati circa ottanta? novanta? molti francesi, naturalmente, e tanti spagnoli soprattutto di Barcellona, io e Muriel le italiane più Giovanna e Monica conosciute sul luogo, qualche tedesco e molti europei dell'est che appena pochi anni prima aveva buttato giù muri e confini.

Si faceva amicizia subito, con il tuo compagno di "quadrato", con i vicini di tenda, quando rimanevi chiuso nel bagno e qualcuno ti salvava.

Nonostante tutto, non c'era molto da fare a Tautavel oltre lo scavo.
Ci divertivamo con poco, ho letto che tuttora non c'è wifi nè connessione internet au camping. 
Alla sera ci accontentavamo di andare chez Albert in paese a giocare a babyfoot o a mangiare un gelato e a bere granatina (ma nessuno beveva altro? non ricordo o forse erano tutti parchi o astemi?). 

In alternativa si andava ad un bal (cioè un ballo in piazza), sempre a Tautavel oppure a Vingrau, il paese successivo. A piedi o in autostop. O a chiacchierare semplicemente in quelle lunghe sere d'estate di quando hai vent'anni, sei in un luogo sconosciuto d'europa e parli con tutti e di tutto. 

In quale lingua, vi chiederete. Inglese con tutti, francese con i francesi ( e vi dirò che scavare nel metro quadro in grotta tutti i giorni a fianco a francesi, è stato molto utile, on a appris la langue, adesso so come si dicono martello e secchio in francese, son cose eh!!!!), italiano con gli spagnoli e qualcosa con tutti gli altri che va bene lo stesso. 

A volte si rimaneva al campeggio, si stava sulla riva del lago, qualcuno tirava fuori la chitarra e si cantava: Forever young, I want to be forever young, Do you really want to live forever? Forever young, diventò un po' la colonna sonora di quell'estate.


Christina - oltre che una tenda stabile e asciutta -  aveva anche un'auto e una domenica andammo insieme al mare a Les Barcares e forse un'altra volta con degli altri tipi di cui non ricordo nulla tranne che imparai un'altra parola e cioè cacahuetes e cioè noccioline. Alzi la mano chi di voi sa queste parole in francese (Muriel non suggerire, merci)????? Non sono tres tres tres fortunata????

Un'altra domenica particolarmente calda abbiamo anche risalito il Verdouble a piedi passando attraverso le gole (Gorges de Gouleyrous) attorniate da falesie bianche alte più di 50 metri fino a quando l'acqua non ci arrivava alle ascelle, a quel punto siamo tornati indietro. Uno spettacolo.

 

La vita da campo prevedeva che a turno ci si dividesse i servizi "comuni" (non mi sembra che cucinassimo; anzi mi pare che ci fosse il cuoco, quel tipo buffo di Mulhouse che poi era andato a fare la vendemmia, no?). Ad esempio a noi una sera era toccato lavare i piatti, milioni di piatti, con una specie di mini lavastoviglie che andava caricata mille volte e faceva un sacco di schiuma. Non ci passava più. Quella sera io e Muriel,  prima che il lavoro e il sonno ci schiantassero eravamo riuscite a cantare tutto il repertorio di cantautori italiani dagli anni '50 in poi. Le sapevamo tutte!!! Mentre gli altri bevevano (forse) granatina chez Albert.

Altre sere che alcuni non avevano niente di meglio da fare, organizzavano degli scherzi, e una mattina ci siamo trovati le scarpe tutte legate in cima ad un albero.

Altre volte verso la fine di Agosto, che l'uva era quasi matura, quatti quatti nella sera svicolavamo nel vigneto per raccogliere i grappoli, oppure per vedere le stelle fuori dalle luci del campeggio.

Poi c'era chi veniva buttato vestito nel laghetto, chi si trovava i rospi in tenda, chi imparava giochi di carte polacchi, chi si fidanzava.

Alcuni amici li abbiamo rivisti in qualche occasione negli anni successivi. La maggior parte chiaramente si sono persi nei meandri d'Europa. 

Sono state cinque settimane intense, faticose e favolose, e potremmo star svegli tutta la notte a raccontarci gli episodi di ogni giorno e i volti di ciascuno. 

Riguardo le foto e piano piano mi ricordo tutti i nomi, o quasi. Mi ricordo con chi parlavo inglese e con chi francese, mi ricordo di quei due, una croata e un inglese (forse) che si sono incontrati a Tautà e mai più lasciati, mi ricordo che i croati parlavano italiano benissimo ed erano molto preparati, mi ricordo che molti erano arrivati in autostop dalla Polonia o dalla Cecoslovacchia, mi ricordo Gisa che ho rivisto qualche anno dopo a Berlino, o i catalani che erano veramente simpatici (specialmente la mia omonima Clara), e il gruppo italo-francese di Giovanna, Monica, Ananda, Sonia, di cui sappiamo ancora qualcosa. 

Conservo tuttora il mio quadernino degli appunti con i disegni dei chopper e la stratigrafia della grotta. 

Conservo ancora la terra paleolitica dell'Arago. 

Conservo negli occhi il verde dei vigneti, l'ocra della terra e il bianco delle falesie.

Conservo ancora nel cuore tutti i volti di chi abbiamo incontrato e con cui abbiamo percorso un pezzettino della nostra vita.

Conservo ancora nel cuore le speranze di una ventitreenne aspirante archeologa, che non mi lasceranno mai (per fortuna).

Conservo ancora nel cuore i bei giorni trascorsi con Muriel (per la cronaca, siamo ancora e -molto più di allora- amiche).

martedì 2 aprile 2013

Il mio luogo del cuore (il primo di mille): l'Ara della Regina - Tarqunia (VT)

C'è una collina da dove (quasi) si vede il mare e da dove l'auruspice etrusco sporgendosi verso la valle appena prima della tempesta intuì la rovina del suo popolo. C'è una collina riarsa dal sole a fine estate, biondeggiante di grano a giugno, verde d'erbetta fresca in primavera. Tra i solchi dell'antica terra arata puoi trovare ogni tanto cocci di vasellame etrusco che ti puoi portare a casa senza troppi rimorsi. Sulla collina il popolo di Tarquinia costruì un grandissimo tempio che si poteva vedere da lontano e che radunava nel giorno di festa gente da ogni dove.
Sulla collina ormai non c'è più quasi nulla. Solo tracce dell'antico splendore. Ma il luogo è magico e unico. Il momento migliore è al tramonto. Quando il rumore dei picconi e le risate degli archeologi finiscono, le greggi vanno a riposare, i curiosi se ne vanno e l'incanto comincia. 
Non c'è più tempo e non ci sono più stagioni. 
Ti aspetti da un momento all'altro di veder spuntare fuori l'Etrusco da dietro l'angolo. 
Sei solo tu con la Storia, con il Silenzio, con l'Infinito.
Oppure alla mattina presto, appena dopo l'alba, quando ancora la nebbia occupa i calanchi e la luce è sottile e trasparente. 
E' la potenza della natura e del silenzio che dominano. 
E ti ricordi di quel tempo in cui la Natura orientava le vite degli uomini. Quando le battaglie e i destini delle città si decidevano guardando il cielo e tracciando solchi nella terra. Quando lo straniero venuto da lontano era arrivato fin quassù (a dire il vero poco più in là alla "Civita") e chissà come finì "accettato" sotto un metro di terra con una ciotola di terracotta greca a coprirne il volto....
L'Ara della Regina (chiamata così perchè il basamento del tempio a lungo venne identificato come un enorme altare) è un luogo inaspettato e poco conosciuto a pochi km da Tarquinia (VT). Ce ne sono sicuramente altri di luoghi così, ma questo mi è rimasto nel cuore: Tarquinia è stata a lungo la nostra seconda casa, il nostro luogo d'elezione. Come già dissi in un altro post, al Museo ci sono ancora  - contrassegnati con il mio nome - i corredi tombali che ho studiato per la tesi di laurea.  Abbiamo spicconato per giorni sotto il sole dell'Etruria, abbiamo lavato e siglato cocci, abbiamo fatto amicizia, a volte abbiamo anche litigato.  Siamo cresciuti durante gli anni dell'Università, che pochi pregi ha avuto ma uno sicuramente sì, quello di portarci dalle brume del nord fino alle colline solatìe della Tuscia.
Quello dell'Ara è stato il mio ultimo scavo a Tarquinia (circa un milione di anni fa). 
Poi la strada mi ha portato altrove, ma tornarci è sempre un'emozione vera.










 

sabato 5 gennaio 2013

La casa con la piscina dentro (i miss Dordogne_estate 2012)


La nostra settimana in Dordogne è stata così unica che da qualche parte devo pur cominciare a raccontare. Volevamo una casa con piscina. L'abbiamo cercata a lungo con la solita ricerca matta e disperata che caratterizza la nostra primavera ogni anno. Avrò inviato migliaia di mail, valutato regioni, distanze, costi. Finalmente l'ho trovata. Era lei, non c'era dubbio. Un po' decentrata rispetto a quello che avremmo voluto, ma decisamente conveniente dal punto di vista economico (fatto questo che ha inciso non poco sulla decisione finale). E poi grande, grandissima. E soprattutto con una piscina privata indoor. Ne avete mai avuta una? beh, io mai, e non penso che mi ricapiterà!
Questa è stata la base delle nostre scorribande in Dordogne per una settimana nell'agosto 2012..




Ah...sorry. Ma dove diavolo è la Dordogne? In Francia, naturellement, e più precisamente nel mitico sud-ovest. In verità un po' centro, un po' ovest e un po' sud.

E' un posto s-t-r-a-o-r-d-i-n-a-r-i-o. Un fiume - la Dordogne appunto - anzi due - c'è anche la Vezère - , le falesie, i paesini medievali, castelli, grotte e siti preistorici, boschi, campi di grano.








Dalle origini dell'umanità, l'uomo vive in questa valle. Nei ripari "sotto-roccia" come la Roque-St-Cristophe, con una continuità d'uso fino a tempi recenti. Ha dipinto grotte mirabili, alcune quasi inacessibili (accesso limitato ad un numero ristretto di visitatori, sigh), altre "copie" come Lascaux II (che vale comunque la pena di vedere) e altre incredibilmente profonde come Rouffignac dove si scende nel buio delle viscere della terra con tanto di trenino elettrico che ai bambini -e non solo :) -  è piaciuto tantissimo. 




A parte grotte castelli e vilaggi, tutti in Dordogne prima o poi scendono il fiume in canoa. Ingredienti principali: sole a picco e una buona dose di coraggio. Anche se l'attività non è pericolosa, il fiume è poco profondo e la canoa molto stabile. Noi ci abbiamo messo quattro giorni a decidere, abbiamo osservato a lungo le canoe sul fiume e che tipo di persone pagaiavano. Poi abbiamo deciso che non potevamo andar via dalla Dordogne senza scendere il fiume anche noi. E dopo aver letto almeno un milione di depliant abbiamo deciso il percorso, la durata e il punto di partenza. E finalmente viaaaaaaaa!!!!!



In una settimana abbiamo avuto l'imbarazzo della scelta tra le mille cose che si potevano fare e vedere. Alcune grotte come dicevo non siamo riusciti a visitarle e i giorni sono sempre troppo pochi (ma te ne accorgi quando sei là) per fare tutto quello che ti eri ripromesso.

Vi lascio con le foto di un'attività per famiglie a cui abbiamo potuto partecipare al parco di Le Thot , un'area a metà tra il parco faunistico e il parco archeologico vicino a Montignac. Ci siamo iscritti ad un cosiddetto
Atelier d'art pariétal e in uno spazio apposito allestito nel parco abbiamo dipinto gli animali sulla roccia proprio come faceva l'uomo di Cro Magnon.
E' stato molto interessante anche per noi adulti utilizzare carboncini e pennelli vegetali per riprodurre bufali e cavalli su una parete grinzosa che ricordava molto da vicino quella di una grotta prestorica.
I risultati sono stati eccellenti e Franz e Paolo si sono divertiti molto.
  




Ma la Dordogne è stata solo la prima tappa di un lungo viaggio attraverso la Francia. Nel prossimo post vi racconterò di pelota, baschi e onde. Stay tuned!